Dopo quattro anni di collaborazione con il teatro Bellini non soltanto come attrice ma anche come
docente stagista all’Accademia Teatrale ecco che come ennesimo attestato di stima mi è arrivata la
proposta di scegliere un testo di teatro per Rino Di Martino e di farne anche la regia. Ho provato un
immenso piacere ma anche una immensa paura: non mi sono mai trovata dall’altra parte e proprio
non so come si sta fuori dal palcoscenico. Che testo scegliere? Su quale territorio muoversi?
Sul piano della drammaturgia contemporanea la scelta non poteva che ricadere su Annibale
Ruccello!
Annibale che conoscevo dai tempi di “Gatta Cenerentola” quando, ricordo, assisteva a tutte le nostre
prove e collaborava con il nostro comune maestro Roberto de Simone.
Annibale con il quale avevo ed ho in comune il mondo popolare che lui conosceva bene in quanto
studioso di antropologia e delle tradizioni popolari e che io cominciavo a conoscere ed amare e che
giorno per giorno mettevo in pratica recitando cantando e “tammurriando”.
Annibale infine autore di “Anna Cappelli” che è stata la mia prima fortunata esperienza di
monologante.
Ho scelto per Rino Di martino “Mamma -Piccole tragedie minimali", quattro monologhi dove
mamme malefiche raccontano ancora fiabe e che poi via via si trasformano nei vari episodi in figure
irrimediabilmente corrotte dai massmedia,
una folla di donne attorniate da ragazzini che si
chiamano Deborah, Samanta, Morgan, nelle cui conversazioni si confondono messaggi personali,
echi televisivi, slogan di rotocalchi; dove la pubblicità si sovrappone alle confidenze – le telenovelas
alla sfera privata e gli inni liturgici alle canzonette di Sanremo.
Deliri verbali fondati sulla contaminazione e alterazione del linguaggio. La perdita di rituali
propiziatori e liberatori usati nel mondo contadino come protezione e rivelazione dell’inconscio. La
contaminazione cui tali rituali sono stati sottoposti dall’ingresso dei media con la conseguente
perdita dell’identità collettiva.
La ritualità e il mondo popolare saranno il motore di tutta la messinscena dove l’ambiguo
maschile/femminile esprime al meglio il carattere tragicomico dei personaggi.
ANTONELLA MOREA
Anni ottanta . Campania.
Annibale Ruccello prende coscienza dell’introito invadente da parte dei nuovi costumi esterofili,
figli di una dilagante “americanizzazione” e dell’espressione estrema di consumismo che ne deriva,
favorito altresì dall’incombenza dei media:
televisione e computer in testa. …
Poi siamo agli anni Novanta del telefono cellulare e di internet
(per gli scambi commerciali). …
Poi al sospirato Duemila dell’amore via cavo; della
conversione… in … euro; del lifting; de Il Grande Fratello…
E poi? Dove ci condurranno (oltre
che su Marte), le futuribili sorelle delle sonde Spirit e Opportunity… poi? E… cosa accadrà… poi?
Aspettando che quel qualcosa avvenga, a noialtri mediterranei, restano i barlumi di quella che
(seppure corrotta dall’ ”usura”, dal tempo e dalla fugace memoria) fu la soccorritrice mitologica
della Nostra Gente trapassata: la Grande Madre o…
“Mamma - Piccole tragedie minimali“, che in questo nostro tentativo di rivisitazione, a “suo” modo,
vuole interrogarci proprio su tutto questo…
“ Nàcqua
a Nazarèth… vicino Caivàno … “ dirà Rino Di Martino, mentre, movendosi in uno
scenario di fiaba (rurale e metropolitano nel contempo), attraversando i gesti della più remota
tradizione e i mille volti di Madonne iconografiche e iconoclastiche, sarà il nocchiero di questo
excursus teatrale dalla complessa drammaturgia.
GIOVANNI PISCITELLI
Favola incredibilmente confusa e adorabile questa Mamma di Ruccello in scena al Belli. Sembra la messa in scena “scoppiata” del “Giardino incantato” di Bruno Bettelheim: un gioco metà perplesso e metà esilarante che mette in collisione attualità, antropologia e tradizioni popolari. La regia, la scenografia, l’interprete (Rino Di Martino) sono lì goduriosamente frastornati a dirci in che razza di turbolento ébluissement si dibatta il nostro immaginario collettivo, infestato dalla banalità dei mass media, non meno che dalle elaborazioni culturali più intellettuali e profonde. Sulla scena che si offre ai nostri occhi (al centro la cornice vuota di un grande specchio barocco) potrebbero arrivare indifferentemente Carmelo Bene, Renato De Simone e Franco Basaglia, una madonna, una fata, una folle o un sacrestano, Tina Pica o Sophia Loren.
Quattro monologhi sul tema della fiaba che sembrano usciti dalla magica borsa della spesa di una “Tata” contemporanea e fuori del comune, che confonde in sé maschile e femminile: “paternamente materna” e straricca di una saggezza popolare che lascia fluire sul suo pubblico, con il gusto saggio che in tutti i tempiè appartenuto le nutrici. Non ultime quelle di Lorca, Pirandello, Ibsen, ( tutta la sensibilità indulgente nei confronti del femminile nasce da lì: si legge nelle loro biografie). Questa parola che dà voce alla cultura meno alta e rapisce (con la fantasia, con le minacce, con l’irrisione feroce non meno che con la più ironica delle tenerezze), trova spazio nello spettacolo di Antonella Morea e commuove e diverte. Rino di Martino è generosissimo nella sua interpretazione: gli si deve il continuo passaggio da una tonalitàall’altra di questo concerto di voci, da un colore a un’ombra, dall’affabulazione al disincanto e poi al contrario, senza posa.
Ininterrottamente così verso il gran finale, quando davvero si fa irresistibile la simpatia per questo grande attore, che fino a un momento prima ce ne ha dette di tutti i colori e adesso saluta il suo pubblico con un‘eleganza e una sobrietà che da sole raccontano quanto e quanto stile sappia nascondere questo genere di teatro.
di Daniela Pandolfi www.dramma.it
"Mamma", piccole tragedie minimali, quattro monologhi per raccontare la perdita delle identitàculturali. Un grande specchio che richiama alla memoria la regina cattiva di Biancaneve è posto al centro della scena; al di fuori, invece, sacchetti di plastica e rottami, segno di un degradato paesaggio urbano.
Sono elementi che sapientemente indicano allo spettatore il significato di questo straordinario viaggio attraverso le trasformazioni e le contaminazioni che hanno decretato la rottura definitiva con le proprie radici di appartenenza. Da una parte le fiabe con le figure e le tradizioni popolari, abitate da orchi, principesse e serpenti che si trasformano in principi biondi e con gli occhi azzurri, dall'altra la corruzione operata dai massmedia, fatta di un linguaggio da telenovelas, festival canori, miti da rotocalco.
Antonella Morea, nell'insolita veste di regista coadiuvata da Giovanni Piscitelli, mette in scena "Mamma" di Annibale Ruccello, dimostrando di conoscere molto bene lo spessore drammaturgico dell'autore, inserendo piccoli guizzi innovativi senza tradire la chiave di lettura antropologica del testo. Rino Di Martino, unico interprete in scena, si cala con eleganza e misura nei surreali, deliranti personaggi, testimoni di un malessere collettivo che delinea personalitàdisturbate, solitudini, realtà fittizie. L'attore si muove con disinvoltura dentro lo specchio per raccontare storie antiche della tradizione campana, accompagnato da fumi, incensi, pentoloni ed atmosfere magiche. Fuori, invece, è avvolto da un'angosciante paesaggio metropolitano fatto di televisori, telefoni, computers, bambini che si chiamano Morgàn, Ursula, Isaura, Luis Antonio e, naturalmente, Dieguito, di alienanti messaggi pubblicitari e ridicole canzonette, dove i deliri religiosi si sdoppiano affiancando a Maria e al Salvatore Marlon Brando, Rossano Brazzi e Rosanna Fratello.
Piccole tragedie del quotidiano, squallide realtà vissute
senza la capacità di scegliere, capire, cambiare. Chissà quali fenomeni massmediatici avrebbe analizzato Annibale Ruccello se non fosse prematuramente scomparso nel 1986 all'età di trent'anni in seguito ad un tragico incidente. Una prima risposta ci viene data poco prima della chiusura del sipario: mentre tutta la scenaè scossa da un violento terremoto che simbolicamente rappresenta la distruzione della casa e quindi dei luoghi di origine, quasi fosse un maleficio, si sente quel "Ragazziiii" scandito dalla voce della conduttrice di quell'inspiegabile fenomeno chiamato "Grande Fratello", simbolo della banalità e dell'indifferenza dei nostri tempi. Come si sarebbe mosso oggi un autore che tanta importanza ha dato ai mutamenti del linguaggio e del comportamento, riscontrando una così volgare invadenza da parte dei potentissimi mezzi di comunicazione? Le insostenibili spinte separatiste non sarebbero immediatamente messe a tacere se si conservassero le tradizioni della nostra terra, dei dialetti, di una memoria che non andrebbe mai dimenticata? La forzaè nell'appartenenza, l'unico mezzo per evitare le facili omologazioni e per aprirsi alle più diverse culture, fino all'accettazione dell'altro che eviterebbe tanta violenza, tanto orrore. Sicuramente, da grande drammaturgo, ci avrebbe regalato ancora opere attente e profonde per capire, discutere, prendere coscienza.
"Mamma", piccole tragedie minimali, è uno spettacolo studiato nei minimi dettagli, una messinscena accurata dove le ritualità antiche e le fatiche del doloroso vivere riescono a strappare numerose risate malgrado i temi trattati siano la pazzia, il suicidio, l'egoismo; perché nella quotidianità della piccola gente non mancheranno mai Orietta Berti, il Festival di Sanremo, Sorrisi e Canzoni, i Puffi, Mazzigga e Ciccorobbotte a scandire il tempo e a regalare l'illusione di esistere.
r.s www.lospettacolo.it